Il mondo che generiamo

In questo tempo è più che mai complicato mettere in ordine i pensieri. C’è un evidente distacco… una lontananza incalcolabile tra il visibile e il sensibile.

La reazione a un problema collettivo è proporzionale all’equilibrio emotivo dell’essere umano. Ma quando le distanze tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo si dilatano… si interpone un abisso che tende a dividere. Questo perché la realtà è solo una percezione intima e soggettiva dell’emisfero individuale… che si mescola alle passioni… alle fragilità… ai sentimenti… alle fobie.

La soglia della esistenza è sempre più spinta verso questo precipizio… che induce a spogliarsi del naturale e a vestirsi di artifizi rivolti verso orizzonti oscuri… dove la vita si riduce ad una apparizione calcolatrice priva di relazioni con l’universo.

Il “visibile” ci pone davanti una prospettiva… senza vie di fuga… sempre più in lotta con il “sensibile” che al contrario ci incoraggia a liberarci dalla fatica della visione unica… affinché lo spirito ascenda e crei nuovi mondi… aldilà dei mondi già esistenti: quello nel quale viviamo… e quello in cui crediamo di vivere.

Il primo è uno spazio immenso… dover poter fare di tutto. Camminare… sognare… persino volare… e custodisce una infinità di aspetti… di valori… di dimensioni da scoprire. Ma anche troppo vasto e pericoloso per la mente. E’ un mondo che non offre garanzie e nemmeno certezze. Sempre in fermento… in continua evoluzione. Un movimento perpetuo che sfugge al controllo… e obbliga a vivere allo scoperto… fuori le mura… fuori dai concetti e dai criteri convenzionali… oltre i confini della conoscenza… oltre noi stessi.

E poi esiste il mondo nel quale crediamo di vivere… più comodo e confortevole. Più sicuro e lontano da ogni forma di male. Un mondo fatto di limiti e di frontiere… dove l’altro non è quasi mai il benvenuto. In questo mondo inesistente edifichiamo la nostra vita… costruiamo una casa… facciamo famiglia… diventiamo figli… genitori. Uomini e donne che stabiliscono un sistema… una forma di convivenza coatta… fatta di organizzazione… di produzione di beni e sentimenti… come se la nostra esistenza si potesse rimpicciolire e convertire in una fabbrica capace di produrre tutte le emozioni… le gioie… le virtù e le passioni per il nostro fabbisogno… e per il fabbisogno di chi ci sta vicino.

Poi una mattina ti svegli e all’improvviso cominci a dubitare che manchi qualcosa. Quello che avevi creduto di ottenere spremendo muscoli e meningi produce anche malinconia e una infinita tristezza… produce una solitudine che non avevi considerato e con la quale devi convivere. L’ambiente che ritenevi più sicuro si trasforma nello spazio più vulnerabile e fragile dell’intero universo. I momenti perdono sostanza e sapore. Ciò che era utile appare inutile… e l’inutile alimenta l’atroce dubbio di aver buttato via il tempo e con il tempo l’ebrezza del vivere il tuo vero mondo… e con esso il potere di generare nuovi mondi.

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