Il mondo che generiamo

In questo tempo è più che mai complicato meditare e ordinare i pensieri.

C’è un evidente distacco, una lontananza notevole tra il visibile e il percettibile.

Questa crescente divaricazione esautora la volontà di reagire dinnanzi agli ostacoli per assimilare i cambiamenti.

L’accentuarsi della distanza tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo indebolisce il pensiero, aprendo una voragine nella mente che genera come esito un rallentamento del divenire esistenziale, impedendo all’umano sentire la sua naturale evoluzione.

Poiché una ampia porzione della realtà viene percepita in modo soggettivo, intimo e spirituale, in quanto riconducibile all’emisfero cosmico di ogni singolo individuo, l’allontanamento dell’anima dal corpo fisico finisce per contaminare anche la coscienza.

La soglia terrena si sporge sempre più verso questo precipizio. Scivolare in questo abisso significa spogliarsi del proprio essere e della propria missione rivestendo le superfici solide di illusori artifizi, per mezzo dei quali la vita rischia di ridursi ad una apparizione disincarnata, disincantata e calcolatrice, priva di relazioni con noi stessi, con il creato e con il creatore.

Il “visibile”meglio definito come “tutto ciò che è certo”in quanto può essere scientificamente dimostrato, ci immerge in una prospettiva asettica, senza vie di fuga, in conflitto con il “percettibile” il quale, appartenendo alla sensibilità di mondi superiori, ci incoraggia a liberarci dall’egocentrismo della visione assolutista, affinché lo spirito sia libero di ascendere e discendere fino a generare nuovi mondi, aldilà dei mondi visibili: quello nel quale viviamo e quello in cui crediamo di vivere.

Il primo passo per sfuggire a questa insidia è apprendere a distinguere e a riconoscere questi due mondi, così da sapere in quali dei due investire i talenti che ci sono stati donati.

Il mondo nel quale viviamo è uno spazio immenso, sconfinato e meraviglioso, dover poter fare di tutto: camminare, imparare, crescere, amare, sognare. Custodisce una infinità di aspetti antropologici e spirituali che si intrecciano tra loro, molti dei quali ancora non svelati alla conoscenza. Ma un mondo così vasto è anche un mondo pericoloso e pieno di insidie. È un mondo in fermento, in costante evoluzione. Sfugge spesso al controllo dei saperi e induce l’uomo a vivere allo scoperto, fuori le mura, oltre i confini stessi della conoscenza. Oltre sé stesso.

E poi esiste il mondo nel quale crediamo di vivere, più comodo e speculare all’ego. Apparentemente più sicuro. Un mondo al singolare, circoscritto, fatto di limiti e di frontiere, dove l’altro è un antagonista. In questo mondo inesistente si edifica la vita, si costruisce una casa, si costituisce una famiglia, si diventa figli, genitori e, se si ha la fortuna, anche nonni. Si stabiliscono principi, si legalizzano sistemi sociali e forme di convivenza coatta. Tutto è regolato dall’ordine, dalla organizzazione, dalla produzione di beni fittizi e di sentimenti derivati, come se l’esistenza umana potesse essere ridimensionata e convertita in una fabbrica dedita a produrre su commissione gioie, virtù, valori e passioni, alla stregua di merci e beni materiali. 

Quando il mondo nel quale crediamo di vivere comincia a vacillare, veniamo assaliti dal timore e dall’angoscia. Percepiamo l’amputazione, come se una parte di noi si fosse definitivamente staccata e andata persa. La sensazione della voragine, del vuoto generato dal distacco della propria anima, deprime la volontà. Gli obiettivi, i sogni stessi che si credeva di vivere e di realizzare, improvvisamente producono malinconica tristezza, alimentando una gelida solitudine interiore con la quale bisogna fare i conti e convivere.

Quello che era il nostro mondo sicuro e al sicuro, si trasforma nello spazio più vulnerabile e fragile dell’intero universo.

Gli spezzoni di vita vissuti con gioia e letizia si fanno più rari, anzi i più si trasformano in rituali scarni, privi di fervore, di densità, di sostanza e di sapore.

L’uomo in cammino sulla via della luce cade in questa trappola. Si tormenta, soffre maledettamente, fino a covare il desiderio di morire. Ma quando ciò che era utile gli appare inutile e l’inutile alimenta l’atroce dubbio di aver buttato via il tempo e con il tempo l’ebrezza del vivere nel vero mondo, l’uomo riconosce sé stesso.

Si alza, affila le armi e combatte. Accende la sua luce e ritrova il cammino.

E con esso il potere di generare nuovi mondi.

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