Elogio alla Venere

Contemplo le superfici sinuose e ondulate del tuo corpo…  dai quattro punti cardinali fino allo zodiaco.

Sei la mia Venere!

Nella penombra intravedo il seno che volge lo sguardo a valle…  e come da un parapetto si sporge emanando calore e particelle di ossigeno sature di eccitazione.

Io le respiro. Respiro la tua immagine e ne ricavo l’odore. Combatto la smania di violare quelle membra morbide… assaporando il piacere lento dell’affondo.

Con un bacio immaginario mordo labbra e fiato… impaziente di infilarmi nei meandri dei tuoi pensieri sconci. Osservo le mie orbite che vagano nella tua mente… in cerca degli spazi più stretti… delle fessure più oscure… tra la frenesia delle ombre che si avventano come bestie feroci… per legare e incatenare la tua carne alla mia… e sancire il vincolo eterno della mia anima che esultante si offre a te.

È l’effetto di questa alchimia che si scatena a mordere i desideri. La stessa di quando il mio sguardo fa l’amore con il tuo… senza mai affondare… senza mai bastarsi.

Non curante della tua resistenza… come un ossesso… devotamente mi chino ingoiando tutto di te… miele e veleno. Chiudo gli occhi per trascendere fino alla carne… immaginando come avrei inciso i frangenti di quell’attimo pur di mescolare i tuoi umori ai miei.

Fantastico sugli infiniti modi con cui avrei scavato quelle voluttuose miniere pur di estrarne il profondo piacere. Spacciata ti vedo…  mentre sento le dita risalire le estremità del tuo corpo per infilarsi nei vicoli più bui e più stretti… lasciando ovunque graffi di perversione e gocce di peccato.

Si fa atroce il bisogno di scannarti. Furiose tormente scaraventano le pupille sul tuo fondo schiena… in quelle rotondità il mio sguardo si schianta e si inchioda come in un supplizio.

Vivo questa beatitudine come un atto di erotismo lasciando che sia la mente a tirare fuori i muscoli. Non mi è concesso altro. In questo delirio riconosco il sapore depositato nei sogni… ne ascolto il suono… il sottofondo dei gemiti e del mugolare che tanto mi allieta. Adagio le dita e con i pollici pigio le fossette che madre natura come Venere ti ha scolpito. Supplichevoli i tuoi fianchi mi invitano a salire a bordo… per portarmi lontano… alla deriva del mio quotidiano penare.

Davanti a questa sublime visione la tempesta che scuote l’anima si placa. La brezza che ti accarezza sospinge me nella tua direzione. Io vengo a te… con curiosità e desiderio… per abitare la sagoma divina della tua immagine che al contatto si fa carne in tutte le sue forme… le sue bellezze e le sue vergogne.  

Con te voglio ascoltare il respiro del mondo.

Forse non siamo nulla o forse siamo qualcosa. Non saprei cosa… ma siamo qualcosa di bello.

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